Quando il Papa disse ai mafiosi: «Convertitevi!»
Ansa
1/4/2005
Karol Wojtyla
Ventisette anni di Pontificato che hanno cambiato la storia. E avvicinato la
Chiesa ai fedeli
«Ero un mafioso
agli ordini dei boss di Brancaccio quando il 9 maggio 1993 il Papa lancio' dalla
Valle dei Templi di Agrigento l'anatema contro di noi. Non ricordo bene le
parole, ma da allora in Cosa nostra si comincio' a vociferare che la Chiesa
cominciava ad essere diversa». Sono le parole dell'ex sicario, Salvatore Grigoli,
l'uomo che ha ucciso don Pino Puglisi il 15 settembre 1993 e che dopo il suo
arresto ha iniziato a collaborare con la giustizia, chiedendo anche perdono alla
Chiesa.
PENTITO CRISTIANO
Grigoli nel luglio 2000 avrebbe dovuto testimoniare il suo pentimento, nel senso
cristiano del termine, nella sala Paolo VI di Città del Vaticano, durante una
manifestazione giubilare sulla redenzione, che si svolgeva davanti al Papa. Ma i
giudici della Corte d'Assise che allora lo processavano per aver commesso
omicidi non diedero l'autorizzazione e il killer, condannato a 16 anni per
l'uccisione del parroco di Brancaccio, non ebbe la possibilita' di recitare il
suo «mea culpa» davanti a Giovanni Paolo II.
«La Chiesa di Don
Puglisi - ha spiegato Grigoli in un'intervista rilasciata a Famiglia Cristiana -
era diversa da quella che eravamo abituati a conoscere. Per Cosa nostra la
Chiesa era quella che, se c'era un latitante, lo nascondeva. Non perche' era
collusa, ma perche' aiutava chi aveva bisogno. Un territorio neutro, ma tutto cio'
e' venuto a mancare negli ultimi anni».
LE PAROLE DEL
PAPA
Il pentito sottolinea che i mafiosi non erano abituati a scontrarsi con la
Chiesa. E il monito lanciato dodici anni fa da Giovanni Paolo II, sarebbe stato
letto dalle cosche come una «sfida». Tanto che gli inquirenti, in un primo
momento, ipotizzarono che le parole del Papa avrebbero indotto i boss a reagire
nel luglio di quello stesso anno con gli attentati alle chiese di San Giovanni
in Laterano e di San Giorgio al Velabro. «Ma le bombe in queste chiese - ha
sostenuto Grigoli - non furono messe per le parole del Papa. Era tutta un'altra
storia. Rientra in una strategia stragista di Cosa nostra contro le
istituzioni». Di certo l'anatema di papa Wojtyla, che stringendo il crocifisso e
alzando il dito verso il cielo lancio' una «scomunica» contro i mafiosi, segno'
una «rottura'' definitiva nel complesso rapporto tra la Chiesa e Cosa Nostra.
«Dio - grido' ai piedi del Tempio della Concordia - ha detto 'non uccidere':
nessuna agglomerazione umana, mafia, puo' calpestare questo diritto santissimo di
Dio».«Questo popolo siciliano - aggiunse il Papa - talmente attaccato alla vita,
che ama la vita e da' la vita, non puo' vivere oppresso sotto la pressione di una
civilta' contraria, la civilta' della morte». E defini' la mafia e in genere i
fenomeni di criminalita' organizzata, «frutto dell'opera del tentatore», «peccato
sociale», il «contrario» della civilta' dell'amore voluta da Dio. I vescovi
siciliani a piu' riprese, nel '44, nel '55 e nell'82 avevano censurato i mafiosi,
ma mai un Papa aveva pronunciato parole cosi' decise e ferme. L'eco fu
vastissima; le parole e le immagini del Papa dalle Valle dei Templi di Agrigento
fecero il giro del mondo.
QUANDO DISSE:
MAFIOSI, CONVERITEVI!
Ma il grido di Agrigento e l'appello ai mafiosi «convertitevi: una volta verra'
il giudizio di Dio», non sono l'unica presa di posizione di Giovanni Paolo II
contro la criminalita' mafiosa. Lo stesso giorno dell'omelia, incontrando i
genitori del giovane giudice Rosario Livatino, assassinato il 21 settembre 1990,
aveva definito i magistrati uccisi dalla mafia «martiri della giustizia,
indirettamente della fede». E la condanna dei mafiosi era stata ripetuta in
seguito durante un viaggio a Catania e Siracusa. Giungendo a Catania Giovanni
Paolo II aveva invitato la Sicilia ad «alzarsi in piedi» e ai detenuti del
carcere minorile catanese aveva ricordato che «chi si rende responsabile di
violenze e sopraffazioni macchiate di sangue umano dovra' risponderne davanti al
giudizio di Dio».
AMOS LUZZATTO: HA
FATTO MOLTO PER GLI EBREI
Il riconoscimento del presidente dell'Unione delle Comunita' ebraiche italiane.
«E' il papa che ha fatto di piu', concretamente e materialmente nei confronti del
popolo ebraico con la visita storica alla Sinagoga di Roma, lo scambio di
delegazioni diplomatiche con lo stato di Israele e la visita al muro
occidentale». Questo il commento di Amos Luzzatto, presidente dell'Unione delle
Comunita' ebraiche italiane, che sta rientrando a Roma da Gerusalemme.
«Credo che tutto
questo - ha aggiunto - non vada disgiunto dalla sua esperienza giovanile a
Cracovia dove ha avuto modo di conoscere una realta' ebraica che non c'e' piu'. E
questo sicuramente gli ha fatto amare il popolo ebraico, la sua storia e le sue
tradizioni».

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